Prima di andare da queste strade
voglio fare un sogno di montagna
che al tramonto opponga le mulattiere

e mi riporti le tue mani,
o al distacco che ora mi ha imposto
impalcature sul volto ed un cuscino
dove il tuo è un mostrarti di fiati e sussurri.

Tu mi parli ed io ti ascolto
che non basta una notte
per colmare la sottile distanza.

Vado dove finiscono le cose
non ricordo se mi hai detto
di chiudere il gas prima di uscire;
io l’ho controllato due volte.

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Casa mia

sta raccolta in un piccolo ovunque,

nel paese che ha per nome

quasi un presagio, un travisamento

del participio passato di vivere.

 

L’ho carezzata

a lei che tutta ferita

sfregando contro il vento

sibilava – dove siete scappati

e quand’è che tornate.

 

Con le lacrime

ci siamo fatti delle promesse

smisurate, lunari,

con il bosco tutto intorno

a proteggere il segreto.

 

Agli occhi

porto le tue stanze

se ancora nel mio epicentro

sento il bisogno di tornare

al mio luogo protetto.

 

[Casa mia l’ho carezzata con le lacrime agli occhi]

Le nuvole ci hanno offerto

forme su cui pensarci e

con mutevolezza transitano

cittadelle, le volpi, i nostri anni?

 

Io su questo cielo che mi vede

muovere le ossa tra milioni

sono diradato

chi è con me?

 

E’ breve così la distanza

da quando niente sarà più

– perché ho pianto

così tanto?

 

La mia terapeuta dice –

non dovrebbe scomporre ogni cosa:

laggiù non troverà che il vuoto.

Resiste niente contro la morte?

Questa penna non ha valore
se solo ha voce del mio petto
ma fuori resta straniera
se questa oscurità
deve restarmi addosso
che sia manto di meraviglia
non fardello ammutolito
non pazzia d’un uomo soltanto:

imparerò a disperdermi al sole
dai denti di leone.

Ogni mano ha una taglia precisa

di cui solo qualcuno ha la misura;

Gli anni sono quella certa medicina

che forse rimargina ma non cura;

Nessun test del quoziente intellettivo

ci dirà mai chi siamo, siamo temporali;

Dove non arriva un’altra vita

si depongono i mazzi di giglio;

Qualcuno vorrà darvi la soluzione

non statelo a sentire;

Mi allaccerò sempre le scarpe

iniziando dalla sinistra;

Una voce vastissima un tempo

ha detto – seguimi;

E voi che mi vedete darmi al mare

lasciatemi stare:

è qualcosa che devo fare.

Ti chiamo facendo spazio

al tuo mancare maleducato

tra la ressa di vuoti che mi colma

le lenzuola di incubi.

 

Io ti cerco e ti do un nome immenso

che a dirlo vorrei alzare la voce

perché tu lo senta

questo sgraziato amare.

 

C’è un modo per ritrovarci:

tu rispondi al mio batticuore

con un grande arco in cielo

quando ti frugherò con le dita.

Prima di andare da queste strade

voglio fare un sogno di montagna

che al tramonto opponga le mulattiere

 

e mi riporti le tue mani,

o al distacco che ora mi ha imposto

impalcature sul volto ed un cuscino

dove il tuo è un mostrarti di fiati e sussurri.

 

Tu mi parli ed io ti ascolto

che non basta una notte

per colmare la sottile distanza.

 

Vado dove finiscono le cose

non ricordo se mi hai detto

di chiudere il gas prima di uscire;

io l’ho controllato due volte.

Sono bambino

bambina

 

sono il principe

ma con un bacio

essere svegliata

 

sarà che non ho mai saputo

potuto scegliere

 

so che qui non voglio stare

sono una ballerina

 

questi non piangono

queste si lasciano i capelli lunghi

questo sì questa no

questo non sei tu

 

così si fa

 

sono lei e lui

o nient’affatto

sono entrambi

o proprio nulla

 

lo specchio mi scaglia

un corpo addosso

come una beffa

 

e che lingua precisa la mia

che mi condanna ad un articolo

che mi lascia scoperta a metà.

 

Andavamo perché si doveva

 

in là

 

che è un segreto

 

queste dita

 

ancora in tempo

 

avrebbero tracciato un arco

 

col dorso

 

sulle tue labbra

 

ci saremmo parlati così a lungo

 

da dimenticare la voce.

Afrin

Prima di cadere
chiedi alla terra
di accoglierti
in una casa asciutta
che dopo tutto questo piovere
bombe
c’è appena posto
per riposare un poco.

Sono stati giorni interrotti
e travolti di polvere
ma qui, in Occidente,
neanche a tendere l’orecchio
abbiamo udito urlare
forse,
una pioggia diversa
vi ovattava la morte.

Giunge la notizia,
ancora, per i pochi
che l’attendevano:
una nuova pace
apposta sulla vostra carne
a lacerarvi
intanto che il cielo esplode
di silenzio.

Nella più pura incoscienza

un divertissement da bambini cresciuti

ricordo in una strada che presto

non sarà

il mio rassegnarmi a non percorrere

oltre il punto,

Calpe e Abila

e in mezzo il mare:

qui restare a guardarci

e mai più desiderare.

 

Quando poi verrai a darmi le tue lettere nude

nascoste dietro l’arco dei denti

ripeterò ogni sillaba bagnandola di saliva

provando quelle parole da straniero

e forse riderai

del mio impicciare la erre.

 

Andiamo adesso tra le ombre

mi dici – perdiamoci

che nulla mi riesce altrettanto.

 

Tra le fughe del tempo

e tutta questa imperfezione

baciamoci

i palmi delle mani:

che su ogni frastuono ti sollevi

questo immaturo gesto d’amore.

 

Per noi che non abbiamo casa

mi dici – abitiamoci

e saremo ovunque vorremo essere.

Madre mia prendi questa carne

tu che sei l’incipit,

la lettera maiuscola.

 

Madre mia

altri uomini avranno imposto

un punto sul mio petto.

 

Ho dato poco più

di qualche parola

al mondo Madre mia.

 

Madre mia non leggere

non guardare

questa fine colma di vento.

 

Un appunto sulle tue cosce

troppo fragili per accogliere

questo mare di ombre.

Te lo dico ora;

finché vivo

dovrò errare

rispecchiando

una coltre di stelle.

Dune dense di donna

vuote cattedrali

lingue stanche

concedono silenzio

ritmi eterni

sciolgono strutture

e rimane dell’uomo

un grumo dimenato

tra le viscere.