E’ questo vorticare

sul posto

che nessuno vede

il gioco che voglio

giocare

lasciando poi

soltanto accenni

con le orecchie tese

alla musica

che c’è lì fuori.

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Qui non c’è sete
di un fiume di parole
inesatte,
ma una legione muta
tra le rovine montane
segnate addosso.
Mi guardo, contro
restano le ore scalze
a ricciolo d’uomo
respirando attraverso lenzuola
più sottili
restano la verità
più scomode e
quella di Memeo
in Via De Amicis
non fu una P38.

Vi ho abbracciato

con un dimenato esistere,

il mio compito da svolgere

come guardando altrove

mentre lacero

una carne fragile.

 

Ho una cassetta di colori

ci trucco gli umori

secondo il ritratto

secondo le pareti

l’essenziale per essere

per disporre le tessere.

Il piacere di accogliere

le onde del mare

che senza tempo musica

alle sponde del mondo,

sentirlo comporre sempre

una sorta di sbadiglio,

essere in lui

quell’altro uomo.

 

Condizione distante

un momento un istante

trapassano i tempi

e le ere esistite

le perpetue stanze

l’odore della sottrazione

il farsi giorno

lo starsi a guardare.

 

Fondare le mura di una casa

per noi figli

non sta nel mattone

non è un prestito.

Io credo la casa

stia nella volontà

di stare dove si sta,

esattamente.

Senti
non ho tempo;
vai a trovarti
da un’altra parte.
Ho sale
per le tue ferite
tu
parole per la mia bocca.
Mi infili le dita
che mi strozzano
anche gli occhi
mi spogli
che mi sento
marmo di carne.
Ma non appena
spargi
sulle lenzuola
il tuo respiro,
cambio
di una stagione ancora.

Ti rubo i tuoi occhi

che sanno restituire

una tinta di sollievo

a queste poche ossa.

Ti rubo tutti gli accenti

che nascondi tra le labbra

perché sono dolci

ma prima ancora

voglio saperti.

Ti rubo un tempo

della tua giovinezza;

le mie dita perse in te

mentre tutto fugge.

Questo è un volto.
Qualche volta ha visto la neve
posarsi sugli alberi
e sotto le palpebre ha sognato
cose diverse, forse lontane.
Poi come altri, tra gli altri perso,
a domandarsi dov’è che vanno tutti
perché questa fretta.
Io, volto, non ti conosco.
Anche tu te ne vai
a trovare altrove
quello che non c’è per te
qui.
Vai e non tornare.
Anzi torna,
torna a raccontare,
e che siano le tue rughe a parlare.

Casa nostra che sei tra i monti

sia protetto il tuo ricordo

rivenga il tuo tempo

sia rifatto il tuo tetto

per il gelo e la tormenta.

Difendi oggi il nostro letto lontano

e allevia i nostri fremiti

perché noi ti siamo debitori

e tra le tue pareti è la distruzione

ma non ci risolviamo a sperare.

Tra i fogli persi, uno stava scritto di sogni enormi

diceva parole di cielo, limitate anch’esse

soltanto dalla natura di una voce.

Seguiva le code delle meteore vive in terra

che non possono altro se non bruciare,

gettare bagliori oltre il fronte delle montagne.

Nel letto del cratere, diceva, sbocciava la storia

prima assorta nel meravigliarsi del fuoco,

poi intrepida e precipitante, quindi umana.

La parola aspetta una lingua che la dica,

così scritta, per l’indice che orienta gli occhi

e per chi segue lingua e indice, diceva.

Il foglio interrotto, lasciava il silenzio

sulla fine delle parole, e non diceva di più

perché  non si può dire tutta la storia.

 

 

 

E se andrai

sii pronto

alle fratture

e alle assenze

alle onde

figlio mio;

prometti

di toccare

ancora

terra.