Così mi piace,
le luci basse e il fiato corto
la musica che ricorda cose più alte
tu ricoperta di segni, mia carta bianca
tu così piena di spiriti da mettere al mondo.

Su di te falcio il raccolto
perché amarti è lavoro di campo
tu, terra lattea, la sola
a cui offrirei il dolore della schiena
la febbre e la costanza
con cui si desidera farsi altro da sé.

Una forma interrotta dà il passo
risale queste virgole di mulattiera
si accampa sulle labbra che quasi albeggia
quando muovi la mia mano,
scendono le stelle – e scrivi – mi dici
che ogni pagina è come un congedo.

Da qui
dalle nostre parole urgenti
riparto
sarò presto in quella casa
che vedo
quando dal letto spengo la luce.

Sono due anni e ho tenuto il conto
ho amato quasi tutti
ma ero un bisbiglio così distante
che appena qualcuno l’ha colto.

Facevo la valigia dicendomi
la troverò qui, ancora più avanti,
poi arrivato ero ancora io soltanto
disfacevo una valigia colma di libri.

Ho tentato di nascondermi
mescolandomi alla folla
o la mia pelle ad altre intatte
come la serpe avevo il sangue freddo.

Ho scoperto molte cose
e sono passati due anni
l’amore, una casa, il respiro
li ho ritrovati perdendoli.

Ho tenuto il conto.

Questo luogo non prova compassione
per i corpi a terra
su quelli piove, ed è l’unica carezza
che avranno.

Le porte stanno chiuse
su case esplose,
la gente sembra solo un mucchio
di cose vuote.

Il freddo scrive sui muri
offese ai vivi
per chi resta fuori sulle strade
parole crude.

La pelle umana non è fatta
per dicembre,
a questa notte sa opporre
solo lunghi brividi.

Chi di fronte a un camino
decide la sorte
di queste masse sfigurate
non conosce calore.

La luce muore su questo mare
di sventurate creature
molto prima che il cuore finalmente
stremato le sollevi.

Ho conosciuto un’ombra un giorno
respirava appena
come a non voler sciupare l’aria,
quasi come colpevole.

Sulle braccia, sul collo e le dita
e negli occhi aveva
poi nel petto e molto più a fondo
gli sfregi degli uomini.

Mortale

di nuovo

preda

così attento ai suoni

che ho male alla testa.

 

Brutale

questa pace

ricavata appena

dalla cortina avvolta

intorno al collo.

 

Normale

tre sillabe

vuote

che ho raccattato

per somigliarvi.

 

Maestrale

dentro

scuote

così che ogni approdo

è una nuova deriva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrossisci per

 

  • questa pena di guardarti

da sentirti appena sufficiente

fin dai registri delle medie

 

  • le voci così dure

che hai nascosto tra i denti

fino a mandarle di traverso

 

  • stare sempre di partenza

anche se fermo immobile

fino a intorpidire

 

  • aver cantato alla città remota

un lamento da bambino e da lupo

fino ad addormentarti

 

  • le stagioni invecchiate negli occhi

tra i monti e tu incantata

fino alla cima

 

  • aver creduto profonde

queste radici: le mie ferite

fino alla fine.

Come fanno gli alberi

a capire l’autunno

 

Lungo il cammino bianco

tu ti volti ancora

 

Per la fine delle cose

schiacciate dal loro solo essere

 

Ora vieni su di me

come neve su campi morti

 

Per darmi le mani

sulle labbra e gli occhi

 

Mi dici – abbiamo tutti

bisogno di bende

 

Spalancami di fronte

a parole intergalattiche

 

Ma ancora più su

tra incerti universi paralleli

 

Attorno al mio cuore grave

graviti tu, immensa

 

 

Che siano le tue guance

il mio vecchio continente

la via di casa e il cielo azzurro

ti prego dammi luce, fammi strada,

l’amore è un sussurro: abbassa la voce.

Nella più umana imprudenza

un divertissement da bambini cresciuti

ricordo in una strada che presto non sarà

il mio rassegnarmi a non percorrere

oltre il punto.

 

Noi come

Calpe                e                   Abila

e in mezzo il mare:

qui restare a guardarci

e mai più desiderare.

 

Tutto è sciacquato altrove

oggi sto

con una grondaia nel cuore

e le mani vacillano

nelle trincee

tra i boati dei ricordi.

Il vento dei portici mi soffia nel naso

un’assenza che conosco:

l’odore che c’era sempre ieri

a scaldarmi il risveglio.

Porto con me a una casa per te
che non puoi, uno stelo di rosmarino
per profumarti la punta delle dita
e dirti cose minuscole al modo delle stelle
perché questo annerire non ti sopraggiunga 
che tra mille anni luce.

È presto, si fa un’alba sul vetro estraneo
i canali non trasmettono, rimettono umanità
con poche maiuscole da sentirmi d’impaccio
fuori c’è un mare impossibilmente mio
e circa dieci libri a coprire il lato del letto
troppo vuoto.

Questo è il secondo anno che vado
per sentieri feroci con le tasche soltanto
piene delle mie dita.
Mettiamo continui per sempre
o almeno, molto a lungo –
che cosa resta oltre queste carte.

Io mi occupo di cose piene di vita
e sto bene in questo spazio
tra i miei occhi
e poco più in là
di dove finiscono le dita.

Tu che sei sicura di quello che dici
allora convinci me
che la notte piuttosto zitto
guardo il mondo voltarsi
da un’altra parte.

A dire il vero, queste ore mi offrono
la percezione delle prime cose
col giorno che sta a farsi alla finestra:
è il momento per le promesse.

A me riesce difficile
ancora stare
sentendo il male
intessere tutto
come particella elementare.

Quello che so fare è partire
lasciare vuoti;
esistere è un turbinare
con costanza nel tempo.

Il ritorno
è stato un naufragio
e le nostre cose
tutte attendono
sotto il pelo della terra.

È una vita che crepito
e che altro resta
alle dita che hanno accudito
con gesti vastissimi
le tue ancora ferite
se non una pena a lambire
le altre
sempre come si fosse di partenza
o con le scarpe slacciate
al momento di dire – anch’io.

Anch’io cerco un segno:
sto attento al numero di scalini,
ad esempio, sbaglio strada di proposito,
aggiungo un minuto prima di andare,
annoto il numero delle pagine
dei libri di chi legge sul tram.
Quando torno a casa
i numeri li lascio danzare
tra le fluttuazioni del fumo:
alcune volte mi dico – non ancora.

Altre invece, mi si riempie la pancia
di cose incredibilmente pesanti
e che io sappia, ci si può solo fermare.
Quelle volte cerco di farmi vento:
mi ripeto di smettere
di starmi a guardare,
di fare le somme
alle pagine e agli scalini,
e tuttavia attendere tra le correnti d’aria
che una voce dica – qui c’è posto per te.

Casa mia

sta raccolta in un piccolo ovunque,

nel paese che ha per nome

quasi un presagio, un travisamento

del participio passato di vivere.

 

L’ho carezzata

a lei che tutta ferita

sfregando contro il vento

sibilava – dove siete scappati

e quand’è che tornate.

 

Con le lacrime

ci siamo fatti delle promesse

smisurate, lunari,

con il bosco tutto intorno

a proteggere il segreto.

 

Agli occhi

porto le tue stanze

se ancora nel mio epicentro

sento il bisogno di tornare

al mio luogo protetto.

 

[Casa mia l’ho carezzata con le lacrime agli occhi]

Le nuvole ci hanno offerto

forme su cui pensarci e

con mutevolezza transitano

cittadelle, le volpi, i nostri anni?

 

Io su questo cielo che mi vede

muovere le ossa tra milioni

sono diradato

chi è con me?

 

E’ breve così la distanza

da quando niente sarà più

– perché ho pianto

così tanto?

 

La mia terapeuta dice –

non dovrebbe scomporre ogni cosa:

laggiù non troverà che il vuoto.

Resiste niente contro la morte?

Questa penna non ha valore
se solo ha voce del mio petto
ma fuori resta straniera
se questa oscurità
deve restarmi addosso
che sia manto di meraviglia
non fardello ammutolito
non pazzia d’un uomo soltanto:

imparerò a disperdermi al sole
dai denti di leone.

Ogni mano ha una taglia precisa

di cui solo qualcuno ha la misura;

Gli anni sono quella certa medicina

che forse rimargina ma non cura;

Nessun test del quoziente intellettivo

ci dirà mai chi siamo, siamo temporali;

Dove non arriva un’altra vita

si depongono i mazzi di giglio;

Qualcuno vorrà darvi la soluzione

non statelo a sentire;

Mi allaccerò sempre le scarpe

iniziando dalla sinistra;

Una voce vastissima un tempo

ha detto – seguimi;

E voi che mi vedete darmi al mare

lasciatemi stare:

è qualcosa che devo fare.

Ti chiamo facendo spazio

al tuo mancare maleducato

tra la ressa di vuoti che mi colma

le lenzuola di incubi.

 

Io ti cerco e ti do un nome immenso

che a dirlo vorrei alzare la voce

perché tu lo senta

questo sgraziato amare.

 

C’è un modo per ritrovarci:

tu rispondi al mio batticuore

con un grande arco in cielo

quando ti frugherò con le dita.